Mamuthones e Issohadores

tratto da: Storia, analisi e valutazioni sui mamuthones di Franco Sale per la rivista Antropologia e TeatroVol 1, No 1 (2010)

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A Mamojada sopravvive ben conservata l’apotropaica tradizione dei mamuthones e degli issohadores, anche se con il tempo, come tutte le cose, probabilmente è stata oggetto di cambiamenti, sia nella fase strutturale che nell’abbigliamento. Nonostante le tante invasioni succedutesi nei vari periodi storici e l’invadente civilizzazione è sopravvissuta sino ai nostri giorni, forse a dimostrazione del forte senso che veniva dato a un rituale che spesso è stato giudicato anticristiano e non più consono alla vita di oggi.

Qui tramandiamo gelosamente questa antica cultura, che è sicuramente uno dei rituali più ancestrali tuttora praticati e conosciuti al mondo. Secondo alcuni studiosi risale all’epoca nuragica o pre-nuragica o addirittura qualcuno l’avvicina all’epoca preistorica, sia per il modo di vestire che per la teatralità con cui l’intero scenario è proposto (in modo oscuro e misterioso). Credo che i vari insediamenti storici ancora esistenti possano consentire di affermare che vigeva una cultura che ruotava intorno alla natura e a tutti quegli elementi che la compongono, terra, acqua, sole e naturalmente gli animali. È mia convinzione, dovuta ai racconti degli anziani, che nell’antichità il carico che i mamuthones portavano sulle spalle anziché essere fatto di campanacci, come ora, fosse composto di ossa. Infatti l’introduzione di sonagli è avvenuta in epoca più recente, ossa che venivano scrollate con lo stesso vigore che adesso si usa fare con i campanacci. Nessuno mi ha mai saputo dire se si usava lo stesso tipo di ossa che attualmente mettiamo come batacchio nei campanacci. Il trascorrere dei millenni e il passaggio delle varie invasioni che ha non solo subito Mamojada ma l’intero popolo sardo hanno portato altre tradizioni, imponendo di distruggere quanto potesse servire a ostacolare l’introduzione delle nuove usanze, seguendo la filosofia che “il nuovo cancella il vecchio”. Le nostre popolazioni inghiottivano mal volentieri le nuove culture. Nonostante la rigida repressione
attuata, forse la testardaggine di noi momojadini o forse il forte significato della nostra rappresentazione,ha fatto sì che l’atavica tradizione sopravvivesse e restasse emotivamente viva sino ai nostri giorni. È storia di tutti i popoli oppressi il subire inermi e quasi indifesi attacchi distruttivi, dovuti alla forza compatta e inarrestabile, con l’uso di nuovi armamenti e metodi di combattimento attuati dagli invasori, che dimostravano di essere molto più evoluti delle nostre popolazioni dal punto di vista militare, che si occupavano esclusivamente della vita di campagnola. Malgrado tutto i nostri avi proteggevano ostinatamente i propri congiunti, i propri beni, la propria cultura e la pratica di queste usanze primitive, che, pur di conservarle nel tempo, pagarono con grandi sacrifici ed enormi sforzi
pur di non staccarsi da queste misteriose tradizioni, identificandosi in esse perché quella era la loro vita.

A tal riguardo il nostro popolo subì la maggiore repressione con la nuova dottrina della cristianizzazione (intorno al 590 a. C.), e per questa ragione tutto quello che non era attinente la linea dettata dalla nuova potenza, ultima arrivata, la contrastava e per questa ragione era messa fuori legge. Chiunque proseguiva nella pratica di queste credenze era messo al bando perché giudicato portatore di male e da annientare con ogni mezzo. Anche se la repressione era fortissima non servì a distogliere la gente dall’eseguire queste le pratiche pagane (che, appunto, sono diventate tali con l’arrivo del Cristianesimo, ma se osserviamo bene, prima di tale evento, queste erano rituali religiosi) e a cancellarle totalmente,forse perché il nostro popolo era molto radicato nelle antiche credenze e dimostrava un attaccamento alle proprie credenze fuori del comune, più di quanto potessero prevedere i nuovi invasori predicatori. Non potendo fare altro con il tempo concessero una certa libertà e tolleranza sugli antichi rituali, si mischiò cos’ il sacro al profano e questo può essere servito per far arrivare sino a noi le remore figure dei mamuthones e degli issohadores. Attualmente è tramandata, quasi con morbosità da pochi cultori, credenti nelle proprie origini, che tentano con grandi sacrifici di tutelarla, riproponendola fedelmente e rispettando quanto ci hanno trasmesso gli anziani tantissimi anni fa. Purtroppo (per gran parte della popolazione) la memoria orale che era vivissima e di uso quotidiano al tempo dellamia fanciullezza, con il passare degli anni, non essendo più esercitata, va a perdersi nell’oblio dovuto al veloce progredire della civiltà prima e all’arrivo dei sistemi tecnologici e informatici dell’ultimo periodo. Nel settore culturale delle tradizioni popolari, attualmente, vediamo operare persone senza scrupoli, che nel tentativo di creare abbellimenti a quanto abbiamo ereditato, per il solo uso di mercanzie turistiche, o forse credendo di primeggiare in qualcosa imponendo il falso, contribuiscono così in forma devastante alla distruzione e allo sradicamento delle proprie origini (che guarda caso fanno parte anche delle mie origini). Costoro tentano pure di annebbiare quegli antichi e severi valori, che con mano ferma mio padre e tanti altri anziani mi hanno insegnato e dato in consegna.

Ora, dopo tanti anni di attività vissuti intensamente nel riproporre questa usanza, sento che c’è il rischio che le innovazioni portino a una strada senza uscita e la vera tradizione perda definitivamente il suo fascino ancestrale. Per questo mi sento obbligato a proteggerla affinché la saggezza si incunei nelle persone per riacquistare quel valore culturale che sta venendo a mancare e si riprenda il cammino di tutela sulle nostre antiche origini, per riproporle fedelmente ora e in futuro alle nuove leve e agli amnti di tradizioni, perché continui a vivere incontaminata la memoria del passato.

tratto da: Storia, analisi e valutazioni sui mamuthones di Franco Sale per la rivista Antropologia e TeatroVol 1, No 1 (2010)

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