Mamuthones

tratto da: Storia, analisi e valutazioni sui mamuthones di Franco Sale per la rivista Antropologia e TeatroVol 1, No 1 (2010)

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I mamuthones con il loro abbigliamento e comportamento nello svolgere questa forma teatrale fanno rivivere nei presenti un pezzo di misteriosa storia antica e li catturano con l’enigmatico fascino che sprigionano, trascinandoli durante i vari percorsi che occasionalmente facciamo durante l’anno, in una grottesca suggestiva frenesia. Spesso tantissimi astanti ci seguono durante le sfilate, saltellando con noi ai bordi della strada, tentando di imitarci in un coinvolgimento generale, tanti pretendono di imparare il “passo”: a mio avviso questi sono segnali di affetto non verso di noi ma bensì nei confronti dell’arcaica rappresentanza, sono piccoli momenti pieni di intenso fascino, ma che servono a ripagare la durezza della fatica.

Gli issohadores durante le sfilate hanno compiti separati, sono molto diversi, sono più signorili nel vestiario e nei movimenti, come se fossero modernizzati; attualmente hanno la funzione di protezione e di controllo nello schieramento, quasi a creare un recinto nel corteo, sicuramente sono le figure che hanno subito più degli altri modifiche nel vestiario, suggerite e assorbite da infiltrazioni esterne. A mio parere, a diversità dei mamuthones, sono figure nate in un periodo meno remoto, forse non erano presenti nel tempo che fu.
Tanti anni fa, quando iniziavo ad avere i primi approcci con il mondo delle tradizioni, in mezzo agli anziani, ancora non esisteva in me la mentalità conservatrice (intendo nel senso di conservare la nostra tradizione), pur partecipando con le vesti da mamuthones non sapevo cosa facevo o cosa rappresentavo, ma internamente sentivo la necessità di essere scelto quale componente del gruppo, ogni qual volta capitava, e ringraziavo per aver avuto l’onore di vestire quei panni e per aver sfilato. Allora – parlo riferendomi agli inizi degli anni Sessanta – il grande conduttore era da sempre tziu Costantinu Atzeni.

Per la vestizione sceglieva una abitazione che avesse un ampio cortile, ci faceva arrivare sul posto non in gruppo ma separatamente, a intermittenza e da vie diverse, affinché nessuno o quasi sapesse chi doveva eseguire la rappresentazione.

Un’ora prima di iniziare la vestizione impartiva le direttive sia sulla composizione delle coppie dello schieramento, sia su come ci dovevamo muovere durante il percorso che intendeva eseguire, consigliando le nuove leve di prestare la massima attenzione per evitare che durante l’esibizione si sbagliasse il passo. Il giovane veniva posto in mezzo agli “esperti”, che servivano come il suo punto di riferimento per tenere la cadenza e per effettuare con lo stesso sincronismo del gruppo i vari salti durante la “doppia”. Chi cadeva in errore era soggetto a critica per la sua incapacità e di derisione da parte degli altri componenti più esperti e più anziani, e naturalmente dalla cittadinanza, al cui giudizio era dato un peso di assoluto rispetto, come se si dovesse dimostrare che gli sfilanti fossero persone dalle qualità superiori alla norma: questo dava maggior pregio e privilegio all’essere presenti alla ansiosa manifestazione piena di profondo mistero e di oscura teatralità.

L’approvvigionamento dei campanacci da indossare durante la manifestazione non era semplice da attuare, l’economia familiare non permetteva nessuna disponibilità finanziaria da usare come investimento collettivo per averli a disposizione al momento opportuno. Per agevolare la conservazione della nostra tradizione, ognuno doveva procurarsi i sonagli in qualche maniera. Si andava dai pastori per fare la questua del su hèrru (ferro), cioè dei campanacci. Mio padre mi spiegava che questo non era un problema perché ogniqualvolta si vestiva da mamuthones spoliava il bestiame di famiglia del loro tintinnio, li utilizzava nell’esibizione. Il giorno dopo rimetteva a ogni bestia il suo campanaccio e il gregge, una volta rivestito, tornava alla normalità e si riappropriava della musicalità quotidiana. Nell’arco di tempo in cui il bestiame restava privo dei campanacci, nella campagna ove pascolava su harasuni sembrava che mancasse qualcosa, l’assenza dei vari tintinnii dava una dimensione di anormalità, sentire solamente qualche belato dava la sensazione di un mondo agreste diverso e irricono scibile. Notavo che anche le pecore risentivano di questa privazione, forse perché la compagnia dei campanacci faceva parte della loro vita e soffrivano per questa privazione, forse perché anche le pecore si sentivano orchestrate tra loro dai rumori diversi prodotti durante il pascolare. Tuttavia, appena i campanacci erano rimessi al loro posto, anche per le pecore la vita tornava armoniosamente alla normalità. A questo punto viene spontaneo porsi la domanda: come si faceva a rimettere il proprio campanaccio a ciascuna pecora senza sbagliare? Sembrava impossibile anche a me, perché le pecore mi parevano tutte uguali, invece mio padre mi faceva notare che era semplicissimo poiché tutte erano diverse tra loro, mi mostrava i segni differenti tra l’una e l’altra, chi aveva il muso allungato, chi le narici aperte o chiuse, chi il setto nasale rimarcato, la diversità della lana, liscia o riccia, chi era più tozza e tanti altri fattori che se non fatti rilevare sembravano inutili osservazioni. Mi faceva il paragone con le persone che hanno lineamenti diversi, a quasi tutte dava un nome, e così lo stare fianco a
fianco continuamente con il bestiame mi ha insegnato anche queste cose, Un po’ per volta ho imparato a memorizzare le differenze, per i campanacci era la stessa cosa, ognuno produceva un tintinnio diverso in modo che lo si poteva abbinare alla fisionomia della pecora; un campanaccio con un suono che restava in memoria per sempre. Avevo assistito varie volte alla modifica del suono dei vari campanacci, bastava battere l’imboccatura dove sbatte il batacchio, che si infilava nel manico della scure o di un altro arnese, per ottenere un suono diverso: questi piccoli segreti venivano esercitati non solo da mio padre ma da quanti vivevano di attività pastorale. In quel periodo, il benessere era una parola ai più sconosciuta, eseguire una esibizione non era semplice, mancavano tante cose che servivano per realizzarla, la materia prima erano le persone, poi, come citaco sopra, l’approvvigionamento dei campanacci, per le cinghie si usavano sosloros dei buoi o cordoni fatti di lana grezza, spesso per tenere uniti i campanacci si usava il filo di ferro, talune volte sono state realizzate delle maschere di sughero (in questo un abile artigiano era tziu Groddhi), infine avere a disposizione pelli e abiti di velluto di scorta era una cosa ardua. Pertanto assistevo a manifestazioni dove gli attori (i mamuthones) sfilavano senza le mastruche, indossavano però abiti di velluto: la povertà di quegli anni (parlo della metà degli anni Cinquanta e anche oltre) non consentiva di avere molti abiti a disposizione, pertanto, per non rovinarlo, lo si indossava al rovescio.

A questo proposito mi preme far rilevare che al riguardo molti hanno scritto cose inesatte, abbinando l’indossare delle giacche rovesciate all’allontanamento degli spiriti maligni o contro il malocchio. La chiave di lettura sta in ciò che ho citato, tutto era dovuto alla miseria che regnava stabilmente in quegli anni non solo a Mamojada. Nonostante tutto ci si esibiva lo stesso, sempre con l’impegno dellasacralità; man mano che i tempi cambiarono e l’economia familiare cominciò a crescere, cambiarono in meglio anche le attrezzature per i mamuthones e gli isoohadores.

Tziu Atzeni, appena terminava la lezione su quello che si doveva fare, provvedeva alla chiusura del portone di accesso al cortile per iniziare la vestizione, spesso mi rimarcava che nessuno doveva conoscere l’identità dei mamuthones o almeno non si doveva individuare la persona che partecipava alla sfilata. Alla vestizione potevano assistere solo pochissime persone, ora purtroppo non è più così, l’ingresso di tanti giovani non ancora maturi culturalmente ha un poco modificato questa usanza, ma forse è mancata la continuità e l’apporto degli anziani verso questa radicata cultura.

La prima uscita dei mamuthones e degli issohadores avviene il pomeriggio del 17 gennaio in ricorrenza della festa di sant’Antonio Abate, che è la più sentita a livello emotivo da noi mamojadini (anche se sempre gli anziani mi raccontavano che in altri tempi avveniva il giorno di Capodanno: non so se Capodanno era considerato l’inizio dell’anno agrario). La sfilata viene proposta per le vie del paese, anche se non si è mai potuto sapere se nell’antichità la manifestazione o, più propriamente, il rituale fosse svolto in un luogo di culto specifico. Esibirsi in paese per Sant’Antonio rappresenta un particolare fascino, ogni mamojadino aspetta tutto l’anno questa giornata. Nei giorni precedenti si può notare l’atmosfera di questa incantevole ricorrenza; i preparativi per una buona riuscita creano
sempre notevole tensione, tutto il paese è preso dalla frenesia, quasi come un obbligo le donne si occupano volontariamente nei preparativi dei vari dolci che saranno offerti indistintamente a conoscenti e non conoscenti durante la fetsa, gli uomini vanno alla ricerca del legname che servirà per accendere numerosi falò. L’uscita dei mamuthones stimola e accresce la voglia di socializzare e festeggiare, durante gli spostamenti tra i fuochi il loro fascino cattura misteriosamente gli astanti venuti da ogni parte dell’isola: questo fatto carica di orgoglio e di celata contentezza interna mamuthones e issohadores.

La soddisfazione di essere presenti è ripagante dei sacrifici che la ricorrenza richiede. Altre uscite importanti sono la domenica e il martedì di carnevale, che per noi mamojadini hanno particolare importanza, forse perché a carnevale si cerca di dimenticare i problemi che la vita quotidiana attualmente ci riserva. A mio giudizio quei giorni, pur essendo rilevanti, non riescono a dare la stessa intensità, quella carica emotiva che ci dà la festa di Sant’Antonio.

Attualmente, prima della vestizione, nei partecipanti mamuthones nasce un continuo crepitio creato dall’eccitazione generale in cui veniamo coinvolti, come se dovessimo partecipare a un evento straordinario ed eccezionale. L’agitazione e il nervosismo, accompagnati da un forte stato di ansia che inconsciamente subentra, continua per tutta la vestizione, si attenua solamente per qualche attimo a vestizione avvenuta, poi riprende fortemente durante l’inquadramento, quando iniziato il ritmo si
scrollano i campanacci sulle spalle con tanto vigore, si scarica quasi con rabbia tutta la tensione accumulata in precedenza durante i preparativi, tensione che si attenua scomparendo del tutto a fine percorso con il manifestarsi della stanchezza.

La vestizione del mamuthone può essere definita un rituale nel rituale, la complessità con cui vengono intrecciate le cinghie e i campanacci ne dà attestazione: per vestire ogni soggetto è necessario l’aiuto di due persone fisse, una cura la sistemazione delle cinghie davanti e l’altra dei sonagli sulla schiena, poi proseguono insieme intrecciando le croci. La prima operazione del mamuthone consiste nel’indossare il velluto (su belludu), infilare gli scarponi da campagna (sos husinzos), nello scegliere e indossare la mastruca di pecora nera (sas peddhes), nel sistemare i campanacci per terra (sa carriga), rispettando come disegno la stessa composizione armoniosa che sarà poi accuratamente sistemata sulle spalle. Si inizia posizionando le prime due cinghie (sas rughes) poste a croce sulle spalle, con sas tibias (le cinghie) sistemate sul petto. Inizialmente le cinghie non vanno strette nel modo dovuto, onde poter permettere il passaggio delle altre cinghie; la terza cinghia incrocia a sua volta sulle spalle i campanacci delle prime due, mentre le altre tre sono poste una dopo l’altra sotto le prime tre seguendo progressivamente la sistemazione dei sonagli, dai più grandi per terminare con i più piccoli, passando man mano le cinghie sotto le ascelle e sotto le cinghie delle croci. Tutte le fibbie sono fissate davanti sul petto, alternandole una a sinistra e l’altra a destra, ponendo attenzione affinché non si
accavallino, la qual cosa creerebbe seri problemi di respirazione durante il percorso della sfilata. Davanti, aggrappate alle cinghie delle croci, sono appese otto campane (sas hàmpaneddhas) bronzine (queste esistevano da centinaia di anni, mentre i normali campanacci sono arrivati successivamente). Ogni bronzina è completa di una piccola cinghia (gutturada) e intrappolate a grappolo con un’altra cinghia, mentre sulla schiena, per tenere uniti i campanacci, legata al più grande, è passata tutta intorno una corda di cuoio fine (sa trava, la pastoia), che andrà fissata all’altro campanaccio di misura uguale al primo, entrambi posti a racchiudere la testa. In questo modo termina la sistemazione dei campanacci, si prosegue indossando la maschera di legno rigorosamente tinta di nero (sa bisera), si mette il berretto (su bonette), sopra si sistema il fazzoletto del vestiario femminile (su muncadore) e la vestizione è completata. Da tenere in memoria che, a Mamojada ma anche in tantissimi altri paesi della Sardegna, questo elemento del vestiario femminile si racconta fosse indossato al contrario (nel senso che si indossa un indumento femminile) per scacciare il malocchio. Questo modo di vestire indumenti alla rovescia era una usanza molto praticata, era una medicina, serviva e serve tuttora percombattere o curare il malocchio o una persona che si credeva fosse posseduta dal demonio.

In paese c’erano “praticone” che esercitavano in modo riservato questa professione o usanza, non chiedendo onorari per non contaminare la cura, percepivano solo qualche donazione volontariamente offerta. Si trattava sempre di donne che eseguivano la medicina del malocchio (sa medihìna de s’òcru malu), anche se attualmente è quasi in disuso. A Mamojada sopravvive ancora qualche persona anziana che la pratica con efficacia, così che la si puà paragonare alle sciamane di altre zone del mondo. Sono convinto che la presenza del fazzoletto indossato dai mamuthones sia l’elemento chiave di tutto lo scenario teatrale, perché ha un significato di assoluto rispetto e grandezza. Sopra questo punto bisogna fare una seria considerazione poiché incide nell’insieme con determinazione: chi ha avuto l’opportunità di osservare con attenzione la vestizione avrà sicuramente notato che nessuno dei mamuthones può iniziare l’atavico rituale se in precedenza non ha sistemato con cura tale indumento. Mi viene spontaneo pensare e chiedermi, cosa ci fa e cosa può rappresentare l’elemento femminile tra i mamuthones, sapendo che nell’antichità le donne non erano coinvolte nelle problematiche di quei tempi? Posso dedurre quasi con certezza che questo indumento era utilizzato per onorate o rappresentare la Dea Madre: il suo uso racchiude qualcosa di forte significato, si può osservare con quanta cura lo poniamo sulla testa annodandolo sul mento e non possiamo muoverci fino a quando tutti lo hanno messo a ornamento intorno al capo a alla maschera, come a racchiudere qualche cosa di ancestrale, determinando di fatto tutto lo scenario del mascheramento.

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